
Si sta come d'autunno
sugli alberi
le foglie
Mi ha sempre inquietato e interessato la Grande Guerra.
Non tanto per le cause socio politiche, le crisi e i passaggi epocali, quanto per l'esperienza di milioni di uomini che si trovarono a vivere e morire in quegli anni e in quelle condizioni.
La cosa che mi ha sempre turbato e che ho sempre cercato di comprendere ed afferrare sono le motivazioni private profonde, sottese a quell'orrore.
Quali molle, quali obblighi, quali retoriche spingevano milioni di uomini a vivere per anni nel fango, nel freddo, fra i topi e la fame, attendendo l'assalto suicida o la morte per soffocamento?
Certo, i Carabinieri nelle retrovie erano sicuramente un buon deterrente: durante la disfatta di Caporetto, nell'ottobre del 1917, furono molto più numerosi gli italiani fucilati sommariamente dai carabinieri per evitare la rotta completa, rispetto ai morti uccisi per mano austriaca.
Ci furono anche episodi di fratellanza fra le truppe belligeranti, le famose e spontanee "tregue di Natale", durante le quali i soldati uscirono dalle trincee dalle quali si erano massacrati per tutto l'anno, e si avvicinarono e fraternizzarono nella terra di nessuno.
Queste tregue furono duramente osteggiate dai Comandi maggiori, ovviamente (e mi pare di ricordare un video musicale degli anni '80 ispirato a questi sporadici episodi).
Quello che comunque mi colpisce e mi interessa, sono i racconti, i diari e i romanzi scritti dai protagonisti di quella Guerra.
Non i generali o gli alti ufficiali però, che produssero opere retoriche e superate dal tempo, ma specialmente le memorie dei soldati o dei sottuficiali che vissero e morirono in trincea.
(Moltissimi intellettuali italiani, spesso interventisti convinti, morirono sul Carso o in altri luoghi di battaglia).

Così mi è capitato di leggere un paio di romanzi di soldati austriaci sul fronte italiano, e purtroppo ne ho dimenticato i nomi.
Uno era un artigliere, impegnato nella guerra di mine, un estenuante lavoro di scavo di gallerie nella roccia delle Dolomiti, in modo da arrivare sotto le postazioni nemiche e farle saltare... prima che la galleria di contromina italiana giungesse nelle vicinanze, guidata dal rumore dei picconi, e facesse esplodere il cunicolo austriaco.

Una lettura indimenticabile è sicuramente stata Nelle tempeste di acciaio (e Boschetto 125) di Ernst Junger, un incredibile susseguirsi di devastazioni, bombardamenti di ferro e fuoco nei quali la vita umana sembra davvero una foglia al vento.
E lui, Junger, al centro di questo inferno, determinato e realizzato solo nel mezzo della battaglia, solo nell'irrazionale ricerca del sangue come unica legge; Junger, ferito innumerevoli volte e ogni volta ritornato volontariamente al fronte, premiato con la Croce al merito ed entusiasta sostenitore del nazismo, Junger partecipe della congiura contro Hitler, morto nel 1998 a 103 anni.
E ho letto, ovviamente, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, una cruda e disperata condanna della guerra, un'opera profondamente pacifista e per questo divenuta famosa nel mondo.
Mi ricordo alcune immagini molto forti, come quella dei giovani soldati tedeschi che usavano le zappe nei combattimenti corpo a corpo, poichè una zappa spacca in due un cranio con facilità, mentre la baionetta resta spesso impigliata nello stomaco del nemico.
Ricordo anche un paragrafo impressionante ambientato sul fronte italiano e scritto da un autore di cui non sono sicuro (probabilmente Lussu): al momento dell'assalto, quando i fanti ungheresi salivano correndo verso le trincee italiane urlando tutti assieme il loro grido di battaglia "hurrààà", emanavano una tale zaffata di alcool che gli italiani riuscivano a percepirne l'odore da dentro le loro trincee, decine di metri prima del contatto.
Perchè, per tornare al discorso dei motivi, ogni guerra ha la sua droga, e l'alcool è stato sicuramente la benzina di ogni assalto e un modo per convincere i soldati a buttarsi verso la morte che era realmente quasi certa.
Pensate che nella Battaglia della Somme, durata 5 mesi nel 1916, fra un attacco e l'altro si raggiunse il milione di morti, dipersi e feriti.
La vittoria andò agli Inglesi che avanzarono ...di 8 chilometri !
Rimane da citare poi Un anno sull'altopiano di Emilio Lussu, un ufficiale della Brigata Sassari, che scrisse questo bel memoriale fortemento critico verso la Guerra e le sanguinose e folli strategie dei generali italiani.
Ricordo la scena in cui un generale giunge a ispezionare le trincee: si trattava di un avamposto arrampicato sulle rocce e venti metri più in alto degli italiani si trovavano già le linee austriache. In quella stretta trincea una feritoia italiana era stata chiusa ormai da tempo, essendo stata individuata da un cecchino nemico che aveva ucciso diversi alpini.
Ecco che il Generale si avvicina e la apre, la truppa non dice nulla e guarda torva gli ufficiali, che a loro volta tacciono in nervosa attesa, senza intervenire
... ma, inspiegabilmente, proprio quel giorno tace anche il fucile del tiratore austriaco.
Termino con il ricordo del racconto Un Fenoglio alla Prima guerra mondiale: il nonno di Beppe Fenoglio torna in licenza dal fronte assieme a un compagno alpino, ed entra in un elegante caffè di Alba.
I borghesi al caldo, nei loro eleganti cappotti di pelliccia e i loro profumati sigari stanno guardando una mappa del fronte e vi pongono sopra bandierine colorate, corrispondenti alle battaglie e ai reggimenti.
Il soldato perde la testa e con la sua manona comincia a spazzare via tutte le bandiere, conficcandosi gli spilli nella carne, sanguinando sulla mappa e urlando.
"Voi non potete parlare... non dovete! Voi non avete visto il sangue e la merda e il fango. vecchi maiali, andate a vedere la merda e il sangue e il fango e poi parlerete, se ne avrete ancora voglia".
I due soldati vengono rispediti al fronte dai carabinieri.
In stazione, in attesa del treno che li avrebbe riportati in prima linea, il Fenoglio dormiva ubriaco, mentre l'amico piangeva senza suono, perchè sapeva che appena tornato al fronte l'avrebbero ucciso subito o quasi.
EDITO:
Dimenticanza mia, in questa breve carrellata: il romanzo Addio alle armi di Ernest Hemingway, parzialmente basato su esperienze personali dello scrittore.
Questo romanzo non poté essere pubblicato in Italia fino al 1943 perché ritenuto lesivo dell'onore delle Forze Armate dal regime fascista.